Volevo la luna
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Libri Moderni

INGRAO, Pietro

Volevo la luna

Abstract: La recensione de L'Indice Chi volesse cercare in queste memorie una storia interna del gruppo dirigente del Pci, con nuove o inedite versioni di episodi controversi, rimarrebbe deluso. Il lettore non si troverà di fronte nemmeno a una classica autobiografia. Certo, l'ambito individuale, la sfera intima delle sensazioni e degli affetti, la cerchia delle relazioni amicali e familiari occupano qui uno spazio che non solo non è soffocato dalla dimensione politica, ma che ne scopre un versante troppo spesso nascosto dall'ufficialità. Tuttavia, ciò che l'autore sembra voler proporre è piuttosto la trama di un percorso di ricerca in cui si determina una "doppiezza" tra due piani diversi: esso, infatti, mette in relazione il fluire della memoria, che ripercorre le stagioni di una vita scandita per intero dal "secolo breve", e quello della riflessione retrospettiva sulla grande storia, a cui Ingrao ha partecipato da protagonista, come parte di un soggetto collettivo sorto con il proposito di trasformare il mondo, di costruire nuove e più libere relazioni tra gli individui. In questo senso il libro non solo rivisita la storia di una straordinaria esperienza politica e umana, che attraverso eventi drammatici, speranze e tensioni ideali, non meno che amare disillusioni, ha coinvolto le scelte di vita di milioni di persone e che tanto profondamente ha inciso sulla realtà dell'Italia e più in generale del mondo contemporaneo, ma è anche una riconsiderazione delle ragioni di una sconfitta epocale, senza che ciò significhi la rinuncia a guardare verso il futuro. L'arco temporale del libro, in assonanza con La ragazza del secolo scorso di Rossana Rossanda, è tuttavia racchiuso nel cinquantennio compreso tra la prima guerra mondiale e gli anni sessanta, con un excursus all'indietro nelle radici familiari, repubblicane e garibaldine del nonno paterno, e sul suo trasferimento a Lenola, paese di contadini poveri e di una borghesia agraria morente, sospeso tra le montagne e il mare nell'entroterra di Fondi, nonché con un'appendice finale sul Pci negli anni della solidarietà nazionale. La narrazione si dipana così dai ricordi dell'infanzia alla prima formazione giovanile, emblematica dell'itinerario di un'intera generazione che, passando per il "lungo viaggio", sarebbe approdata, tra la metà degli anni trenta e la catastrofe della guerra, all'antifascismo e alla "scelta di vita" comunista: con il privilegio per l'autore di aver acquisito precocemente, grazie all'incontro al liceo ginnasio di Formia con due insegnanti di eccezione come Gioacchino Gesmundo e Pilo Albertelli, un'attitudine critica e un'apertura culturale verso l'Europa, e segnatamente verso quei poeti e scrittori di avanguardia, da Ungaretti a Montale, da Joyce a Kafka, che avevano anticipato nelle problematiche e nel linguaggio la crisi del Novecento. Tale sensibilità si sarebbe in seguito allargata alle forme espressive del cinema, nella frequentazione del Centro sperimentale di cinematografia e di personalità di grande spessore culturale e umano come l'esule ebreo tedesco Rudolf Arnheim, che costituì un tramite diretto con la più vitale cultura weimariana e con la grande cinematografia tedesca e sovietica degli anni venti. Tutto ciò non era all'inizio percepito come incompatibile con la partecipazione "ai riti e agli obblighi" del regime e alle forme di socializzazione giovanile che esso promuoveva. Comportava, piuttosto, una consonanza con le correnti più spregiudicate nei Guf e la partecipazione attiva ai Littoriali come occasione di un confronto più libero, dapprima nell'illusione di una "autoriforma interna" del regime e in seguito nell'intento di costruire una rete di relazioni che già prefiguravano un futuro impegno antifascista. La scoperta del comunismo fu tutt'uno con la guerra di Spagna, che agì come segnale di riscossa dell'antifascismo per l'intera Europa, ma anche come il primo fattore di rimozione della realtà dell'Urss e dello stalinismo (il secondo, così difficile da cancellare per quella generazione, sarebbe stata in seguito l'epopea di Stalingrado). L'adesione al Pci avvenne attraverso i rapporti stabiliti con il gruppo comunista romano, che misero Ingrao in contatto con la famiglia Lombardo-Radice e quindi con Laura, che vediamo sin dal suo primo apparire in "quell'intreccio di ragione e di dolcezza", di determinazione nella lotta, di "curiosità attenta verso gli altri" e di "gusto della comunicazione umana", che l'accompagnerà per l'intera sua vita. Seguirà la piena assunzione di responsabilità nel gruppo che si formò dopo l'ondata di arresti del 1939 e che si aprì ad antifascisti di varie tendenze e all'incontro con nuclei del mondo operaio romano. E poi, nell'inverno 1942-43, l'ingresso in una clandestinità un po' surreale tra Milano, l'Olterepò pavese e la Calabria, per ritrovarsi il 26 luglio a Porta Venezia a parlare alla folla scesa in strada, di fronte a una colonna minacciosa di carri armati. Della Resistenza queste pagine ci trasmettono non tanto episodi vissuti, quanto il senso più profondo così come fu percepito allora e come appartiene alla storia non travisata da un becero "revisionismo": la classe operaia che tornava sulla scena pubblica per rimanervi "dopo le sconfitte terribili dei primi anni venti", il nuovo protagonismo dei giovani e tra loro di tante figure femminili "che invasero allora in Italia la politica", il rapporto umano prima ancora che politico che si andava costruendo "per cui persone sconosciute fra di loro si ritrovavano a lottare insieme su questioni assolutamente generali, secondo vincoli e fedi che riguardavano addirittura il corso del mondo", e infine l'eredità più importante consegnata all'Italia di ieri e di oggi: una Carta costituzionale fra le più avanzate in Europa "per il posto riconosciuto al mondo del lavoro", per il ripudio della guerra e per una nuova relazione tra stato e popolo "fino ad allora sconosciuta in Italia (ma anche in molti altri paesi)". La costruzione del "partito nuovo" nel secondo dopoguerra è vista nel suo valore fondante per la nascita della democrazia repubblicana, ma anche nelle sue ambivalenze: l'azione proiettata sui "tempi lunghi" per un radicamento democratico e nazionale nella società italiana e la sua coesistenza con la struttura gerarchica e centralizzata del Pci, l'appartenenza al movimento comunista guidato dall'Urss e il rifiuto di fare criticamente i conti con lo stalinismo. Ingrao sente di essere stato parte integrante di questa contraddizione, sottolinea i ritardi e gli errori del gruppo dirigente del Pci di fronte alle crisi del 1956 e il suo personale allineamento "da una parte della barricata". Rileva, tuttavia, la sempre maggiore difficoltà a conciliare le antinomie della politica comunista, in riferimento a due temi cruciali: da una parte, il nuovo scenario dell'Italia, in cui prorompevano "l'ampiezza e l'articolazione raggiunta dai luoghi e dai soggetti della politica", ciascuno con la propria autonomia, l'espandersi della vita democratica nella "varietà delle storie" a livello regionale e locale, la nuova soggettività operaia e i giovani con le "magliette a strisce", i processi di rinnovamento e di apertura nel mondo cattolico; dall'altra, il "dilatarsi straordinario del campo della lotta" sul piano internazionale, l'emergere di "nuovi potenti attori" nei movimenti di liberazione dei popoli del Terzo mondo, con il dissolversi dei vecchi imperi coloniali, ma anche con l'aprirsi di tensioni nei confronti del ruolo guida dell'Urss e all'interno stesso del campo comunista. Anche da questo punto di vista, la soluzione togliattiana di valorizzare l'ambito nazionale e "contemporaneamente di proiettarsi nel mondo mediante il vincolo antico e forte con l'Unione Sovietica" mostrava basi sempre più fragili. La sfida lanciata da Ingrao all'XI congresso (1966) al centralismo democratico fu il tentativo più ricco e lungimirante di rinnovare la cultura e la tradizione del Pci e di adeguarle al mutamento delle forme della politica che sarebbe stato segnato dai movimenti del Sessantotto e dalle sfide epocali del decennio successivo. Qui non sembra del tutto convincente l'immagine restrittiva che Ingrao dà di se stesso come di un "isolato" e uno "sconfitto". Si potrebbe piuttosto parlare di una sfiducia nella possibilità di condurre un'aperta "battaglia delle idee" all'interno del partito, che lo avrebbe portato a contraddire (emblematico il caso della radiazione del gruppo del "manifesto") le sue stesse convinzioni sulla libertà di discussione e sul diritto al dissenso nel Pci. Si può ipotizzare che il senso di appartenenza al partito e della continuità della sua storia sia stato in lui anche più forte del timore di cadere nelle logiche minoritarie dei gruppi alla sinistra del Pci. Sta di fatto che la stessa presa di distanza dal "compromesso storico" non comporterà un progetto alternativo, cosicché, dopo l'esperienza della presidenza della Camera, subentrerà la scelta prioritaria di riflettere sulle ragioni più profonde della sconfitta e sui nuovi scenari che si aprivano in un mondo in radicale trasformazione, i cui risultati sono stati consegnati alla "nuova generazione in campo" all'inizio del nuovo secolo. Claudio Natoli


Titolo e contributi: Volevo la luna / Pietro Ingrao

Pubblicazione: Torino : Einaudi, c2006

Descrizione fisica: 376 p. ; 23 cm

ISBN: 88-06-17990-X

Data:2006

Paese: Italia

Nomi: (Editore)

Soggetti:

Classi: 324.245 075 092

Dati generali (100)
  • Tipo di data: monografia edita in un solo anno
  • Data di pubblicazione: 2006
  • Target: adulti, generale
Testi (105)
  • Contenuti: libro di testo (per l'insegnamento)
  • Genere: saggi
  • Biografia: autobiografia

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